Energia cellulare, radicali liberi ed invecchiamento della pelle. Un breve “viaggio” tra Europa e Asia che svela come gli antiossidanti migliorino la pelle

Il nostro viaggio parte dai mitocondri…

Il mitocondrio è l’organello intracellulare responsabile della conversione dell’energia proveniente dagli alimenti in una forma adatta ad alimentare i processi cellulari. Nel mitocondrio avvengono le trasformazioni che a partire dall’ossigeno dell’aria, formano anidride carbonica. Durante questo processo, fisiologicamente si vengono a creare modeste quantità di radicali liberi, molecole molto reattive in grado di rompere i legami chimici di proteine, membrane e DNA, portando a prodotti non più correttamente funzionanti o addirittura inutilizzabili da parte della cellula. L’ambiente cellulare interno però, in condizioni normali, risulta protetto da notevoli quantità di sostanze antiossidanti fabbricate fisiologicamente in maniera diretta dalla cellula stessa. Quando l’equilibrio tra radicali liberi e antiossidanti si interrompe per il sopraggiungere di condizioni quali l’utilizzo di alcuni tipi di farmaci, radiazioni come le UV e particelle inquinanti, la cellula precipita in uno stato di stress ossidativo, condizione che vede un proliferare di danneggiamenti delle strutture cellulari ad opera dei radicali liberi non più tamponati. In questa condizione inoltre questi errori che si accumulano, riducono l’efficienza dei processi energetici, che a sua volta si ripercuote sull’efficienza dei processi riparativi, che diminuiscono, rendendo ancora più vulnerabile la cellula. Uno sguardo al mitocondrio Come detto in precedenza, i radicali liberi in eccesso provocano ingenti danni alle strutture cellulari. Una vittima illustre di questi danni è proprio il mitocondrio. La delezione mitocondriale comune (CD) è una mutazione indotta dallo stress ossidativo. La maggior fonte di stress ossidativo è il processo della respirazione cellulare, portato avanti da enzimi situati proprio nei mitocondri. Un’altra fonte importante di stress ossidativo è l’esposizione ai fattori ambientali. Per la pelle umana, il principale fattore dannoso dovuto all’ambiente è senz’altro la luce ultravioletta (UV), in grado di indurre mutazioni di tipo CD, nonché di promuovere i caratteristici segni d’invecchiamento della pelle.

Un paragone tra donne tedesche e donne giapponesi

Tradizionalmente, i livelli di esposizione ai raggi UV differiscono tra molto tra due popolazioni differenti come quella tedesca e quella giapponese, così come culturalmente una pelle abbronzata indica bellezza, salute e benessere nelle culture occidentali, la fotoprotezione della pelle è considerata ideale in Asia.

Per capire come l’esposizione ai raggi UV influisca sull’efficienza del mitocondrio, un gruppo di ricercatori tedeschi e giapponesi hanno condotto uno studio su un campione di donne dei rispettivi paesi. In particolare i ricercatori hanno ipotizzato che (i) la concentrazione di CD nella pelle esposta ai fattori ambientali viene influenzata dal modello di esposizione ai raggi UV dovuto al contesto culturale dei due diversi paesi e (ii) che le concentrazioni di CD nelle zone della pelle esposte ai fattori ambientali può essere associato a manifestazioni tipiche di invecchiamento cutaneo. In questo studio, i ricercatori hanno determinato la concentrazione di CD nella pelle dal collo (zona normalmente esposta ai fattori ambientali) e nella pelle della natica (zona normalmente coperta) di 22 donne tedesche e 46 giapponesi tra i 30 ed i 70 anni di età.

I ricercatori hanno valutato i segni dell’invecchiamento della pelle con un punteggio validato clinicamente, mentre l’esposizione a fattori ambientali, quali l’esposizione ai raggi UV e il fumo, è stata valutata utilizzando un questionario.

Livelli più elevati di CD sono stati rilevati nella pelle del collo rispetto alla pelle del gluteo sia nel campione di donne tedesche sia in quello di donne giapponesi. CD, in particolare, risulta aumentato con l’aumento dell’età nella pelle del collo.

Inoltre si è notato che le donne tedesche presentavano più alte concentrazioni di CD nella pelle del collo rispetto alle donne giapponesi, mentre le concentrazioni di CD nei campioni di pelle dei glutei erano simili in entrambe le popolazioni.

Questi risultati suggeriscono come una maggiore esposizione ambientale ai raggi UV porti a livelli più alti di CD nella pelle delle donne tedesche rispetto alle donne giapponesi. Tuttavia, solo nelle donne giapponesi i segni dell’invecchiamento cutaneo sono stati associati con le concentrazioni di CD più alte nella pelle del collo, in accordo con l’ipotesi (ii). Nelle donne tedesche, non è stata riscontrata quest’associazione. Una possibile spiegazione di questa differenza potrebbe essere dovuta al raggiungimento, da parte della pelle delle donne tedesche, di un livello massimo di CD, oltre il quale le cellule subiscono una selezione negativa e non sono più presenti nel tessuto e vengono pertanto perse dai campioni in esame.

In conclusione, in alcune condizioni, sembra che ci sia un’associazione tra la concentrazione di mutazione CD e l’invecchiamento della pelle, anche se, a causa dell’intervento di quei processi cellulari e dei tessuti che influenzano il ricambio della pelle, non si riesce ad individuare una netta correlazione statistica, in quanto se il ricambio della cellule della pelle è elevato, la presenza della mutazione CD è minore, in quanto in cellule nuove non ha ancora avuto tempo di raggiungere livelli troppo alti.

Quindi, se ulteriori studi confermassero l’ipotesi per cui dato un raggiungimento di elevati livelli di CD la cellula va incontro a selezione, ci sarebbero le basi per supportare le campagne di prevenzione all’esposizione solare, si potrebbe finalmente fare un inchino ai filtri di protezione solare e soprattutto i molti fan dei lettini solari potrebbero anche cambiare idea!

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Le basi genetiche della psoriasi: identificato il primo gene direttamente coinvolto nello sviluppo della “psoriasi a placche”.

Le basi genetiche della psoriasi: identificato il primo gene direttamente coinvolto nello sviluppo della “psoriasi a placche”, la forma più comune di psoriasi.

“La ricerca degli ultimi venti anni ha condotto ad un solo gene coinvolto nella psoriasi a placche” ha affermato Anne Bowcock, Professoressa di genetica presso la Washington University School of Medicine di St. Louis.

“Le rare mutazioni che abbiamo scoperto molto probabilmente sono correlate con un elevato rischio di sviluppo della patologia; Noi riteniamo che giochino un ruolo molto importante per orientare la ricerca verso la scoperta di trattamenti efficaci”.

Nel condurre lo studio i ricercatori hanno utilizzato le più recenti tecniche di manipolazione del DNA per svelare la rara mutazione del gene CARD14, in una famiglia europea con alta prevalenza di psoriasi a placche ed artrite psoriasica. Questa mutazione è stata scoperta anche in svariati membri di una estesa famiglia di Taiwan, che presentavano una condizione patologica caratterizzata da secchezza e chiazze rosse, che mostravano distaccamenti e desquamazione.

La mutazione genetica è stata identificata inoltre in una bambina di tre anni affetta da una forma rara e severa di psoriasi, ma non ereditaria. La bambina ha sviluppato questa condizione a seguito del trattamento farmacologico contro un’infezione da staffilococco.

“Questo è molto significativo, poiché indica che il semplice accoppiamento tra mutazione del gene CARD14 e un fattore ambientale è in grado di scatenare la psoriasi”. ha spiegato la Dott.ssa Bowcock. “Non c’è bisogno di altro. Questo sottolinea l’importanza della scoperta di mutazioni rare in una malattia comune come la psoriasi”.

La scoperta suggerisce che le anomalie presenti a livello delle cellule del sistema immunitario rappresentano soltanto una causa secondaria di psoriasi. I ricercatori sono convinti che i difetti della pelle siano i principali responsabili della condizione patologica.

Partendo inoltre dall’osservazione che nei membri della famiglia affetti da artrite psoriasica era presente la mutazione, gli autori dello studio ipotizzano che questa rara mutazione possa essere collegata almeno a quest’altra forma di psoriasi caratterizzata da un’artrite debilitante.

“Oggi abbiamo un quadro più chiaro di quello che avviene nella psoriasi, e attraverso tutte le tipologie di principi attivi in grado di interagire con la pathway di CARD14, il campo è davvero aperto.” ha concluso la Bowcock.

La ricerca è stata rilasciata online prima della pubblicazione cartacea in due articoli separati nel numero di Maggio dell’ “American Journal of Human Genetics”.

Fonte:

Washington University School of Medicine in St. Louis, news release, April 17, 2012

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Dieta a base di Polifenoli delle olive? I mitocondri ringraziano…

Il nostro corpo è l’incredibile risultato di centinaia di secoli di evoluzione. Come in un perfetto orologio, tutti i meccanismi presenti all’interno del nostro organismo hanno un preciso scopo e funzione, e agendo in sinergia uno con l’altro, ci sostentano giorno per giorno. Paragonando quest’orologio ad una pendola, la chiave di ottone che utilizziamo quotidianamente per la ricarica rappresenta necessariamente la nostra alimentazione, per mezzo di cibo auspicabilmente di buona qualità.

Vero è che noi italiani siamo avvantaggiati da questo punto di vista, per la qualità e la varietà di cibi che ci appagano e che anche la scienza sempre di più loda. Dal canto suo, la scienza, sottolinea come svariate patologie quali l’artrite reumatoide (Wahle et al. 2004), tumori alla prostata e al colon (Tuck and Hayball 2002; Owen et al. 2004) e gli eventi cardiovascolari (Covas et al. 2006) abbiano un’incidenza minore se analizzati con la lente d’ingrandimento dell’epidemiologia, per le popolazioni che ruotano intorno al bacino del Mediterraneo. Importante mettere in risalto a questo punto come la minore incidenza di queste patologie, secondo i più recenti studi scientifici, sarebbe da attribuire proprio all’elevato consumo di olio di oliva in queste popolazioni.

Ma questo è stato ampiamente trattato da telegiornali e stampa e l’opinione pubblica è ben cosciente delle proprietà benefiche dell’olio.Quello che invece probabilmente ancora sfugge alla maggior parte delle persone è come i componenti minori l’olio di oliva possano influenzare e migliorare alcune condizioni come stress e stato di infiammazione del nostro organismo.

La lente di ingrandimento della nutraceutica

“Tutti sanno che una cosa non esiste fino a quando non arriva uno sprovveduto che non lo sa e la scopre” A. Einstein

E’ proprio vero che a volte abbiamo le risposte sotto mano eppure non le vediamo. Ci sono voluti moltissimi anni per capire che la dieta mediterranea era la responsabile della diminuzione delle patologie cardiache e neoplastiche delle popolazioni di quest’area. Capito questo bisognava dare la caccia a quegli alimenti realmente responsabili di questi benefici. Approcciando quindi l’argomento con metodo scientifico, i ricercatori hanno posto sotto osservazione tutti gli ingredienti dei cibi tipici di questa alimentazione, cercando risposte in grado di spiegare i benefici riscontrati, che coinvolgessero direttamente meccanismi presenti all’interno delle cellule. La sfida era enorme, primariamente per individuare quali fossero gli alimenti che esprimevano le maggiori caratteristiche protettive e, secondariamente per capire quali molecole fossero realmente responsabili di questi benefici. Si trattava quindi di una grandissima quantità di sostanze da vagliare in questa ricerca, resa possibile anche grazie alla ricerca privata e all’industria, intervenuta a seguito di una volontà di caratterizzazione delle sostanze alimentari, date le svariate possibilità di ritorno economico esistenti. Il risultato è stata un’esplosione della ricerca scientifica riguardante le sostanze alimentari naturali, che si è concretizzata in una nuova branca scientifica chiamata “nutraceutica”, che inizia a fare gola anche a molte multinazionali del farmaco.

In effetti la storia di CreAgri passa da qui, e nasce esattamente dalla volontà del Dott. Crea di capire quali fossero i composti presenti nell’olio d’oliva responsabili delle qualità benefiche sull’apparato cardiovascolare. CreAgri è stata la prima azienda che è stata in grado di comprendere le potenzialità dei polifenoli delle olive e poi ad estrarli e stabilizzarli per la supplementazione dietetica, a partire dal lontano 1999.

Oggi i polifenoli delle olive sono universalmente riconosciuti come i principali fattori protettivi che agiscono nella dieta mediterranea, che determinano una diminuzione di tutte le patologie poc’anzi citate. La ricerca scientifica di questi ultimi anni ha dato ottimi frutti, anche se molto rimane da fare, permettendo di capire i molti meccanismi attraverso i quali i polifenoli agiscono e spiegando almeno in parte la base dei loro benefici.

Gli alimenti ci danno energia, ma ci vuole l’adattatore…

Sappiamo tutti bene che per vivere abbiamo bisogno di sostanze nutrienti che assumiamo attraverso la dieta. Ma sappiamo veramente come vengono utilizzati gli alimenti nel nostro organismo? Il cibo che passa attraverso lo stomaco viene dapprima ridotto in parti sempre più fini e poi viene assorbito sotto forma di piccoli aggregati o addirittura molecole dall’intestino. Queste particelle e molecole vengono poi rilasciate nel sangue e portate alle cellule, dove però non possono essere utilizzate così come sono. Vanno per così dire “adattate”. All’interno della cellula vengono perciò smontate in elementi base, che costituiscono mattoncini molecolari contenenti energia, attraverso due meccanismi principali: la glicolisi che coinvolge gli zuccheri e la beta ossidazione degli acidi grassi. Le molecole che si originano a seguito di questi processi entrano in un altro meccanismo che avviene nel mitocondrio, il ciclo di Krebs che, in associazione con la respirazione cellulare, origina ATP, il trasportatore energetico della cellula. L’ATP viene utilizzato per tutti i processi cellulari quali mantenimento dei meccanismi di tenuta tra cellula e cellula, mantenimento degli scambi di membrana e della differenza di concentrazione di elettroliti come sodio e potassio, oppure formazione e degradazione delle proteine e duplicazione e riparazione del DNA. Il malfunzionamento di questi processi conduce a enormi problemi: se ad esempio le proteine di connessione tra cellula e cellula fossero compromesse, i tessuti stessi come la pelle diventerebbero fragili, perderebbero di vitalità ed elasticità. Oppure a livello della membrana cellulare si assisterebbe alla diminuzione dell’efficienza di scambio dei nutrienti che porterebbe all’indebolimento ulteriore della cellula stessa. Senza considerare che una diminuzione nell’efficienza di riparazione del DNA potrebbe addirittura promuovere una progressione neoplastica della cellula.

La produzione di ATP avviene nei mitocondri, gli organelli cellulari che forniscono il supporto per la respirazione cellulare, che fungendo proprio da trasformatori di energia, convertendo le molecole nutrienti provenienti dal cibo non utilizzabili direttamente. La salute dei mitocondri è quindi cruciale per il mantenimento della vitalità delle cellule e dei tessuti, e moltissime condizioni patologiche a partire dalle malattie neurodegenerative, dimostrano una sofferenza di questi organuli. Non è un caso quindi che la ricerca scientifica stia focalizzando l’attenzione sulla possibilità di migliorare le funzioni mitocondriali. La salute del mitocondrio passa dall’antiossidante Il mitocondrio è una struttura semplice, derivata – si pensa – da batteri che per mezzo dell’evoluzione sono stati catturati da cellule più grandi e sono diventati funzionali per nuova cellula. Il mitocondrio dispone di un sistema di membrane e DNA proprio, in grado di formare gli enzimi utilizzati per le sue funzioni interne. Durante il processo di trasformazione dell’energia vengono normalmente prodotti radicali liberi, ovvero molecole estremamente reattive in grado di danneggiare le strutture del mitocondrio stesso e persino della cellula. Solitamente i radicali liberi sono tamponati da enzimi e sostanze antiossidanti naturali originariamente presenti nella cellula. Tuttavia in presenza di sostanze quali farmaci, pesticidi oppure in condizioni di un’alimentazione scadente oppure errati stili di vita, la quantità di radicali liberi che si forma sovrasta la capacità dei meccanismi antiossidanti in grado di assorbire i radicali liberi nella cellula, portando ad uno stato patologico chiamato “stress ossidativo”. Il DNA presente nel mitocondrio è molto fragile, perché non dispone di protezioni contro possibili danni da radicali liberi e inoltre sono disponibili pochi sistemi di riparazione, per lo più poco affidabili. In presenza di un surplus di radicali liberi quindi il DNA mitocondriale è soggetto a molte mutazioni e per questo vengono prodotti enzimi via via meno efficienti che portano ad un progressiva diminuzione dell’efficienza di conversione energetica. Per evitare quindi fenomeni di indebolimento delle risorse del nostro fisico, che portano a stanchezza, debolezza del sistema immunitario e stati di infiammazione generalizzata dovuti allo stress ossidativo e alla diminuzione di efficeinza dei mitocondri è importante avere sempre a disposizione la corretta quantità di sostanze antiossidanti a livello delle nostre cellule, attraverso una corretta alimentazione e ad un aumento del consumo di frutta e verdura fresche ed eventualmente anche attraverso l’utilizzo di integratori alimentari di elevata qualità.

I polifenoli antiossidanti delle olive contrastano i radicali liberi e migliorano l’attività mitocondriale attraverso differenti meccanismi

Gli studi scientifici degli ultimi dieci anni studi hanno chiarito che i polifenoli delle olive, in primis l’idrossitirosolo, sono in grado di contrastare i radicali liberi attraverso due meccanismi principali: in primo luogo riescono a stabilizzare direttamente le molecole radicaliche attraverso la sottrazione di un elettrone; in secondo luogo attivano meccanismi intracellulari che promuovono l’innalzamento dei livelli degli antiossidanti già fisiologicamente presenti nelle cellule. Un aspetto completamente nuovo della ricerca che sta emergendo dalle pubblicazioni degli ultimi mesi è che i polifenoli delle olive agiscano anche nella prevenzione del danno mitocondriale, apportando notevoli miglioramenti in termini di vitalità dei mitocondri, resistenza a sostanze tossiche ed eventi lesivi. Le sperimentazioni effettuate su cellule trattate con idrossitirosolo e successivamente sottoposte a sostanze fortemente tossiche per i mitocondri, hanno dimostrato grosse differenze tra i campioni trattati e quelli privi di aggiunta, corroborando le evidenze dell’azione citoprotettiva. La somministrazione di idrossitirosolo inoltre è in grado di indurre un aumento dell’efficienza della respirazione e della produzione di energia a livello della cellula, anche attraverso la stimolazione della biogenesi dei mitocondri, ovvero il processo di creazione di nuovi organelli da mettere a disposizione della cellula. Da questi dati si evince come i prodotti a base di polifenoli delle olive, oltre che contrastare l’azione dannosa dei radicali liberi, possano anche riportare energia nel nostro organismo, favorendo la risoluzione di situazioni di stanchezza intensa dovuta alla compromissione dell’equilibrio ossidativo e alla diminuzione dell’efficienza dei meccanismi di creazione dell’energia.

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Ossidazione, infiammazione e aterosclerosi, un circolo vizioso da rompere grazie ai polifenoli delle olive

E’ molto tempo ormai che la comunità scientifica ha riconosciuto che l’ossidazione delle lipopreteine a bassa densità LDL è una tra le componenti responsabili dei fenomeni infiammatori a livello vascolare. La prolungata esposizione dell’organismo allo stress generato dalla presenza di radicali liberi infatti è in grado di promuovere fenomeni infiammatori responsabili di alcune modificazioni della parete delle arterie. Queste a loro volta possono portare alla deposizione di lipidi nelle pareti delle arterie e, attravero il coinvolgimento di enzimi e molecole dell’infiammazione sono in grado di partecipare all’ossidazione dei lipidi e delle LDL già presenti in parete. Tenendo presente che le LDL ossidate inoltre sono in grado di trasformare le cellule macrofagiche della parete delle arterie in cellule schiumose che perdono la capacità di muoversi, si può comprendere come si possa creare un circolo vizioso di infiammazione e ossidazione che risulta nella stenosi, ovvero il restringimento del vaso sanguigno, facendo progredire il fenomeno aterosclerotico.

Recentemente la letteratura ha individuato nei polifenoli delle olive, e in particolare nell’idrossitirosolo, la capacità di proteggere le LDL dall’ossidazione e in definitiva di proteggere l’organismo dalle conseguenze di questi fenomeni a carico dell’apparato cardiocircolatorio.

L’Agenzia Europea per la Sicurezza Alimentare, EFSA, in una recente consultazione, ha confermato che l’assunzione di 5 mg al giorno di idrossitirosolo svolge un ruolo protettivo nei confronti dei fenomeni ossidativi a carico delle LDL.

Dallo stress ossidativo all’ossidazione delle LDL

La vita è una continua lotta alla ricerca dell’equilibrio, non solo in senso spirituale o figurato, ma proprio a livello fisico e biochimico. Nelle nostre cellule infatti l’energia introdotta con il cibo viene utilizzata principalmente per la produzione di calore, appunto per mantenere l’equilibrio termico, nei processi di mantenimento delle strutture cellulari, attraverso la continua distruzione e creazione di proteine e delle altre strutture di membrana, e in tutti quei processi volti a mantenere la differenza di sali minerali tra l’esterno e l’interno della membrana cellulare, la quale in definitiva  governa anche la differenza di potenziale elettrico di membrana e la produzione di energia. In assenza di questi processi le cellule non sarebbero in grado di funzionare, comunicare con l’esterno e tra di loro.

Uno tra gli equilibri importanti per la sopravvivenza della cellula è l’equilibrio ossidoriduttivo, che rappresenta la tendenza di un sistema biologico a mantenere un corretto bilanciamento tra formazione e il riassorbimento di radicali liberi.. I radicali liberi sono molecole dotate di un’impressionante reattività chimica che sono in grado di distruggere pressoché tutti i legami chimici con i quali vengono a contatto. Se non adeguatamente controllati attraverso la presenza di sostanze e meccanismi interni alla cellula, comporterebbero un danneggiamento oppure una distruzione delle componenti cellulari necessarie alla vita: proteine, enzimi, organelli, DNA oppure anche le membrane cellulari. Per scongiurare questa pericolosa deriva, la cellula mette a disposizione i cosiddetti “antiossidanti naturali”, che non sono altro che meccanismi enzimatici tampone e sostanze antiossidanti che in grado di contrastare l’azione dannnosa dei radicali. Da sottolineare è il fatto che i radicali vengono costantemente prodotti dalle cellule e in alcuni casi svolgono funzioni importanti come segnalazioni intracellulari e distruzione di microbi patogeni che attaccano l’organismo, tuttavia devono essere mantenuti strettamente sotto controllo.

Infatti, quando per svariate ragioni, le due componenti non si sovrappongono più, si viene a creare lo stress ossidativo.

Lo stress ossidativo è una condizione di squilibrio tra la quantità di radicali liberi che si formano nelle nostre cellule e i meccanismi antiossidanti naturalmente presenti all’interno delle stesse.

In presenza di stress ossidativo, ovvero in presenza di una elevata quantità di radicali liberi, si viene a uno stato chiamato “perossidazione lipidica”, che consiste in un’alterazione dei grassi contenuti nelle membrane delle cellule. Le cellule sono infatti incluse in una membrana di fosfolipidi, che possono essere attaccati dai radicali liberi.

Le lipoproteine a bassa densità, chiamate anche LDL e spesso indicate come “colesterolo cattivo” sono sostanzialmente dei contenitori proteici che permettono il trasportano grassi e colesterolo nel sangue, che altrimenti non potrebbe avvenire. Sostanze grasse e colesterolo infatti non risulterebbero miscibili con il sangue, che è composto prevalentemente di acqua. Le LDL sono responsabili del trasporto del colesterolo dai tessuti verso il fegato svolgendo apparentemente una funzione di rimozione del colesterolo dall’organismo, tuttavia sono anche responsabili del trasferimento dello stesso all’interno della placca aterosclerotica.

Le lipoproteine sono il risultato di uno scheletro proteico, una membrana lipidica che contiene un ripieno di lipidi e colesterolo

In presenza di stress ossidativo, ovvero in condizioni per cui il corpo fabbrica un surplus di radicali liberi rispetto a quanti ne riesce a neutralizzare, le LDL sono anch’esse soggette ad ossidazione, ovvero a danni che ne compromettono l’integrità e le rendono riconoscibili alle cellule immunitarie delle pareti delle arterie. Le LDL ossidate rappresentano un forte stimolo infiammatorio, che, propagandosi alle altre cellule immunocompetenti presenti nelle cellule delle pareti arteriose, danno luogo a fenomeni infiammatori.

In presenza di infiammazione e stress ossidativo si sviluppa la placca e il fenomeno aterotrombotico, con le conseguenze che bene conosciamo.

Cosa può fare l’idrossitirosolo per noi?

Sicuramente va sottolineato che l’idrossitirosolo ha dimostrato la più alta capacità antiossidante per una sostanza naturale e che inoltre è altamente biodisponibile, ovvero è in grado di passare efficacemente le membrane corporee riuscendo a raggiungere in pochissimo tempo tutti i distretti dell’organismo.

Idrossitirosolo

Una molecola dalle molteplici ed interessantissime proprietà

La capacità di questa sostanza di prevenire l’ossidazione dei lipidi offre già un’ampia protezione da fenomeni ossidativi delle LDL, tuttavia l’idrossitirosolo gioca un ruolo molto più ampio essendo i grado di aumentare i meccanismi antiossidanti naturali a livello delle cellule, quali concentrazione di glutatione e attività della SOD e soprattutto inibisce quelli che sono i più forti promotori del fenomeno infiammatorio (NF-kB e Ciclossigenasi  – COX).

Perché Olivenol plus+ Essence?

Grazie al suo componente attivo Hidrox® (costituito da almeno il 50% di idrossitirosolo della frazione fenolica), Olivenol plus+ Essence è in grado di fornire con una sola caspula al giorno  un apporto di idrossitirosolo superiore al fabbisogno di 5 mg/die indicato dall’EFSA.

Gli studi scientifici portati avanti da CreAgri, attraverso collaborazioni con alcune delle più importanti realtà della ricerca in USA, UK e Giappone, indicano che Hidrox® potrebbe esercitare un’attività addirittura superiore del solo idrossitirosolo puro, in alcuni modelli animali (Zebrafish) nella protezione da danno ossidativo e nella neuroprotezione, supportando l’ipotesi di una sinergia tra i vari componenti polifenolici estratti attraverso l’esclusivo Metodo IntegraleTM sviluppato da CreAgri.

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Sentiamo spesso parlare di “infiammazione”, ma da cosa dipende e quali sono i fattori scatenanti?

Sicuramente ci sarà capitato di provare sensazioni di malessere diffuso, di capire che c’è qualcosa che non va e ci sentiamo stanchi o giù di tono, oppure ci fanno mali i muscoli. Spesso si descrive questa situzione con la frase tipica:  “è un po di infiammazione”.

E’ effettivamente così, ma questo stato di disagio da cosa dipende? Capiamo innazitutto cos’è l’infiammazione.

L’infiammazione è un fenomeno complesso che si sviluppo a seguito di stimoli dell’ambiente. Tra gli stimoli si possono annoverare il classico colpo di freddo, uno sforzo eccessivo oppure anche un periodo di stress intenso. Stimoli come questi inducono il nostro corpo a sviluppare delle risposte, che partono direttamente a livello cellulare e coinvolgendo sucesivamente ai vari tessuti, possono anche diffondersi a tutto l’organismo.

Per capire in dettaglio cosa ci succede durante l’infiammazione, prendiamo ad esempio la risposta del nostro corpo ad un’infezione delle vie aeree superiori – il classico raffreddore: avremo sintomi tipici dell’infezione, come catarro, muco spesso e debolezza, e se l’infiammazione si propaga anche fenomeni che coinvolgono tutto l’organismo come stanchezza, mal di ossa e febbre. A partire quindi da un indebolimento delle difese immunitarie causato ad esempio dal freddo, il batterio penetra nel nostro organismo e innesca tutta una serie di reazioni che portano alla sintomatologia conosciuta.

La cosa interessante è che questi processi procedono tutti per la stessa strada, ovvero attivano i meccanismi dell’infiammazione.

  • In primo luogo le cellule rilasciano sostanze vaso attive che creano l’edema, ovvero un rigonfiamento dei tessuti: inizia a colarci il naso.
  • Poi si ha il richiamo di cellule immunitarie dai tessuti vicini e dal sangue che iniziano a combattere gli ospiti indesiderati, procurandoci solletico e la chiusura del naso.
  • Quindi si organizza un bel concerto che comprende mediatori chimici, cellule del sistema immunitario, rilascio di glicoproteine che formano il muco e ci ritroviamo in una tempesta di starnuti e soffiamenti di naso.
  • Se poi l’infiammazione è sostenuta si può propagare e può subentrare febbre e male alle ossa e ai muscoli.

Soffermiamoci qui. Quello che succede infatti è che la risposta infiammatoria si propaga da un tessuto locale ad altre parti dell’organismo, fino ad arrivare a comprometterne integralmente la salute. Si instaura un meccanismo di difesa, la cui attivazione è sicuramente positiva per le infezioni, perchè in questo modo il nostro organismo si autoprotegge, reclutando “forze speciali” a sufficienza per contrastare i batteri. E dopo la tempesta ci sarà la quiete, ovvero una volta debellato lo stimolo infettivo, magari anche grazie a qualche antibiotico, l’organismo ritorna a stare bene.

Tuttavia ci sono dei casi in cui l’infiammazione prosegue a lungo, apparentemente in assenza di stimoli.

Per poter comprendere il perchè questo succede, bisogna considerare che gli stimoli possono continuare ad essere presenti anche se non li vediamo: questo è il caso delle allergie, dove l’agente allergizzante è presente nei luoghi in cui viviamo e noi non ce ne rendiamo conto: ad esempio la polvere!

Poi invece ci possono essere meccanismi per cui si creano sensibilizzazioni da contatto: quando ad esempio per lavoro veniamo a contatto ripetutamente con una sostanza chimiche, si possono creare fenomeni infiammatori lievi.

A volte invece può capitare che la sostanza esterna reagisca con i componenti del nostro corpo, come capita per alcune proteine che vengono attaccate dalla sostanza e diventano bersagli del nostro stesso sistema immunitario: può capitare con sostanze chimiche molto reattive, che sono in grado di formare legami forti con componenti del nostro organismo come le proteine e “mostrare” al sistema immunitario una nuova struttura chimica fino ad allora sconosciuta. In presenza di uno stimolo sufficientemente forte, la proteina intera potrebbe non essere riconosciuta come appartenente all’organismo o “self”, con il risultato che il sistema immunitario si attiverebbe per eliminarla. Nel caso peggiore la proteina potrebbe rivestire un ruolo importante all’interno dell’organismo, tale per cui la sua la perdita di funzione o a maggior ragione l’eliminazione può portare a portare a vere e proprie malattie autoimmuni, con conseguenze anche drammatiche – miastenia gravis, sclerosi multipla, artrite reumatoide.

Alcune delle possibili cause andrebbero ricercate in batteri, virus, sostanze chimiche presenti nei cibi, inquinanti ambientali e anche radicali liberi, tutti fattori in grado di introdurre delle modifiche alle strutture cellulari, potenzialmente riconoscibili come estranee dal nostro sistema immunitario e per questo potenzialmente preda di un attacco coordinato da parte delle cellule immunocompetenti.

Per ultimo anche le intolleranze alimentari rientrerebero tra le cause di un prolungamento anomalo dell’infiammazione. Le intolleranze e le allergie al cibo sono fenomeni che sempre più spesso si riscontrano nella popolazione. Una possibile spiegazione di questo fenomeno potrebbe provenire dalla diminuzione della qualità dei cibi, del peggioramento delle condizioni dell’ambiente in cui viviamo e anche dallo stress sempre maggiore al quale siamo sottoposti. In queste condizioni infatti il nostro corpo risulta maggiormente esposto a piccoli stimoli proinfiammatori che producono una lieve ma costante sollecitazione in grado di indurre una sorta di “assuefazione” dell’asse ipotalamo-ipofisario, il sistema che si interpone tra infiammazione e stress.

Un disequilibrio di questo sistema corrisponde un costante stimolo infiammatorio, mediato dalle cosiddette “citochine”, come inteluchine e TNF-alfa, le quali sono responsabili dei fenomeni che molto bene conosciamo, come male ai muscoli, febbriciattola, stanchezza.La differenza che passa tra una vera influenza o un’infezione e lo stress è solo l’intensità molto minore e la costanza dell’infiammazione.

Un passo verso il nostro benessere…

Dato che l’infiammazione è una risultanza di differenti fattori, il segreto per poterla ridurre è iniziare a preoccuparsi più di se stessi. Iniziando fin da subito a ridurre lo stress della vita quotidiana, prendendo più tempo per se stessi e  cominciando a curare anche l’ambiente dove si vive. Se non lo si fa già bisogna introdurre buone abitudini quali il movimento fisico più volte alla settimana e tenere sotto controllo in maniera particolare l’alimentazione, puntando sulla qualità e non sulla quantità e cercando di assumere sostanze antiossidanti attraverso un maggiore apporto di frutta e verdura, o eventualmente anche attraverso l’integrazione alimentare, per ridurre i meccanismi legati al protrarsi della condizione infiammatoria. Bisognerebbe limitare i grassi saturi e gli zuccheri semplici, introducendo maggiori quantità percentuali di proteine, evitando però un consumo eccessivo di carne rossa.

Se la condizione dovesse perdurare anche con questi accorgimenti, potrebbe essere importante effettuare uno screening alimentare, per capire se nelle nostre abitudini ci possono essere elementi in grado di perturbare l’equilibrio dell’organismo ed agire limitando o anche eliminando l’assunzione del particolare elemento “sospetto”.

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Il ruolo dell’alcol nelle patologie della pelle, con un focus sulla psoriasi

L’alcol è una seria causa di morbilità e mortalità nella nostra società ed è spesso responsabile della compromissione dell’equilibrio fisiologico del nostro organismo, comportando a volte anche gravi danni al fegato, danni al cervello, problemi del sangue e svariate carenze nutrizionali. Sebbene le problematiche della pelle legate al consumo di alcol risultino ampiamente diffuse, spesso tendono ad essere mascherate dagli altri problemi connessi al consumo di alcol. Oltre alle lesioni cutanee connesse al malfunzionamento del fegato dovuto all’abuso cronico di questa sostanza, l’alcol può esacerbare o addirittura causare direttamente gravi patologie della pelle. In particolare l’assunzione eccessiva di alcol è in parte responsabile dello sviluppo della psoriasi e dell’eczema discoide, come anche di una maggiore suscettibilità della pelle alle infezioni sistemiche nei grandi bevitori. L’assunzione eccessiva di alcol può inoltre esacerbare la rosacea, la porpora cutanea tardiva e i disturbi dell’acne giovanile. In questo articolo illustriamo come l’alcol possa compromettere le condizioni della pelle, concentrando l’attenzione sulla psoriasi.

Fisiologia della tossicità indotta dall’alcol

L’alcol provoca una vasta gamma di squilibri fisiologici nel corpo umano. L’alcol è citotossico per il fegato e può comportare steatosi alcolica, epatite e, in stadi più avanzati, cirrosi1 con sequele sistemiche. L’alcol è anche tossico per il midollo osseo, particolarmente per le cellule T, il cui deterioramento comporta una diminuzione delle funzioni autoimmuni.2-4 Un consumo eccessivo di alcol può influire negativamente anche sul sistema cardiovascolare. Nello specifico, scompenso cardiaco ad alta gittata, ipertensione e vasodilatazione periferica possono essere le conseguenze di consumo di alcol cronico e acuto.2,5 Infine, l’abuso di alcol determina molteplici carenze nutrizionali, vitaminiche e di microelementi,2,5 effetti secondari di interferenza tra adeguato assorbimento intestinale e un’alimentazione povera. Tutte queste condizioni fisiologiche possono contribuire allo sviluppo di manifestazioni cutanee associate al consumo di alcol.

Modificazioni cutanee indirettamente provocate dall’alcol

La maggior parte delle manifestazioni cutanee collegate ad un uso eccessivo di alcol è indirettamente mediata dal deterioramento di vari sistemi organici.

La disfunzione epatica compromette il metabolismo degli estrogeni e dei sali biliari, determinando la caratteristica insorgenza di angioma stellato, eritema palmare e prurito.2,3,5 Conseguentemente, gli alcolisti di sesso maschile manifestano iperestrogenia. 2 Oltre alla produzione di elevati livelli di estrogeni, si instaura anche un’inibizione della produzione di testosterone, fattore di ulteriore aggravamento del problema. L’inibizione diretta della produzione di testosterone comporta ginecomastia, che si manifesta come scomparsa e ridistribuzione di peli corporei e pubici e ridistribuzione di tessuto adiposo nelle sedi tipiche del sesso femminile.2 Caput medusae ed emorroidi sono il risultato di flusso epatico epatofugo causato da ipertensione portale determinata dalla cirrosi epatica.

Le infezioni cutanee sistemiche e superficiali, incluse le infezioni batteriche o fungine, rappresentano un altro problema riscontrato più ricorrentemente negli alcolisti.2-4 La maggiore incidenza di infezioni è probabilmente attribuibile a fattori multipli, incluse le carenze nutrizionali collegate all’alcol combinate con immunodeficienza. Più di tutto, le carenze di zinco e vitamina C comportano scarsa rimarginazione delle ferite, indebolimento delle barriere mucose e alterazione delle difese immunitarie con incremento del rischio di infezioni.

Streptococchi di gruppo A, Corinebatteri e Stafilococco aureo sono i batteri comunemente responsabili,2 come pure le infezioni fungine con varie specie di tigna e Candida.2,3

Il malassorbimeno collegato all’alcolismo è un altro modo tramite cui l’alcol può produrre anomalie cutanee. Stomatite angolare, glossite, emorragia perifollicolare, pellagra, petecchia ed ecchimosi sono soltanto alcune di tali manifestazioni cutanee.

Modificazioni cutanee direttamente provocate dall’alcol

La Porfiria Cutanea Tarda (PCT) è una patologia metabolica con manifestazioni cutanee determinate da un’aberrazione della biosintesi epatica dell’eme. Indipendentemente se contratta o ereditaria, la PCT deriva dalla carenza di uno degli enzimi epatici coinvolti nel metabolismo della porfirina, nello specifico, l’uroporfirinogeno decarbossilasi.2,3,6 Il risultante accumulo a monte di precursori della porfirina fotoreattiva rende la pelle estremamente fotosensibile.2 L’alcol è un potente induttore di enzimi epatici e del percorso metabolico dell’eme, il che comporta un accumulo di composti di porfirina fotoreattiva prossimali al difetto enzimatico e, quindi, un’accelerazione delle manifestazioni di PCT.3,6 Le caratteristiche cutanee di un attacco acuto di PCT includono vescicolazione cutanea e screpolature nelle aree esposte al sole2,3 che guariscono lasciando cicatrici e grani di miglio residui.

L’alcol danneggia il centro vasomotorio del cervello, provocando vasodilatazione periferica.2,3 Pertanto, è stato suggerito che la risultante vasodilatazione cutanea possa esacerbare la rosacea, 2,3 contribuendo alla comparsa del rossore caratteristico. L’alcol può anche provocare eritema facciale in individui non affetti da rosacea a causa di una carenza genetica che coinvolge un enzima del metabolismo dell’alcol. Questo fenomeno è più comunemente riscontrato negli individui asiatici, in quanto studi hanno dimostrato che il 50% non è in grado di produrre aldeide deidrogenasi, il che comporta un accumulo di acetaldeide successivo al consumo di alcol.2

Il ruolo dell’alcol nella patogenesi della psoriasi

La psoriasi è una diffusa patologia cronica infiammatoria autoimmune, che colpisce circa il 2% della popolazione dell’America settentrionale.3 È caratterizzata da iperproliferazione epidermica3,7 e da eziologia multifattoriale. Una complessa interazione tra fattori genetici ed estrinseci, inclusi ambiente, traumi, infezioni e comportamenti sociali, sembrano influire sull’origine e sul decorso clinico della patologia.3,8-11

Prove approfondite dimostrano un collegamento tra consumo eccessivo di alcol e psoriasi.3,4,11,12 È stato dimostrato che quantità e tipo di alcol consumato sono responsabili della maggior parte del rischio di sviluppare e/o esacerbare la psoriasi a placche.12 Un recente studio prospettico condotto per 14 anni su 82,869 donne ha dimostrato che il consumo di oltre 2.3 di bevande alcoliche a settimana rappresentava un significativo fattore di rischio per l’insorgenza della psoriasi. 12 Inoltre, lo stesso studio ha riscontrato che il consumo di birre non a scarso contenuto alcolico sembra essere un fattore di rischio indipendente per lo sviluppo della psoriasi in individui di sesso femminile.12 Allo stesso modo, in individui di sesso maschile, un consumo eccessivo di alcol (a livelli superiori a 100g/giorno) sembra essere un fattore di rischio per lo sviluppo e l’aggravamento della psoriasi.11,13 Inoltre, è stato dimostrato che l’abuso di alcol in pazienti affetti da psoriasi è associato ad una diminuzione della risposta terapeutica.2,13,14 È interessante notare che la distribuzione cutanea della psoriasi nei forti bevitori tende ad essere prevalentemente acrale, interessando il dorso di mani e dita, come nei pazienti immunocompromessi, quali quelli affetti da virus da immunodeficienza (HIV).2,4 Questa distribuzione evidenzia il ruolo potenziale dell’immunosoppressione indotta dall’alcol nello sviluppo della psoriasi.

L’esatto meccanismo molecolare tramite cui l’alcol scatena o aggrava la psoriasi deve ancora essere completamente chiarito. Una teoria sostiene che l’abuso di alcol possa indurre una disfunzione immunitaria con conseguente immunosoppressione relativa.2,3 L’alcol può anche intensificare la produzione di citochine infiammatorie e di attivatori del ciclo cellulare, quali ciclina D1 e fattore di crescita dei cheratinociti (KGF), il che può comportare un’iperproliferazione epidermica.2,7,15 Inoltre, è stato teorizzato che anche la maggiore suscettibilità ad infezioni superficiali comunemente osservate in alcolisti, quali quelle causate da Streptococcus e traumi, possa avere implicazioni nello sviluppo della psoriasi.7

Mentre può essere impossibile prevenire o alterare fattori quali ambiente e genetica, comportamenti sociali quali il consumo di alcol possono essere modificati tramite assistenza psicologica e interventi farmacologici adeguati che, pertanto, sembrano essere un’aggiunta promettente alla terapia medica della psoriasi.

Conclusione

Una notevole mole di prove suggerisce un collegamento significativo tra alcol e psoriasi, una patologia autoimmune multifattoriale. Non solo l’alcol può contribuire, in presenza di corredo genetico adeguato, allo sviluppo della psoriasi, ma può anche esacerbarla e renderla più resistente alla terapia. Un attento accertamento della presenza di questo fattore di rischio in tutti i pazienti affetti da psoriasi e l’offerta di assistenza psicologica e informazione adeguate può aiutare il clinico a minimizzare i rischi di un aggravamento della patologia e ad ottenere migliori risultati terapeutici.

Riferimenti

  1. Menon KV, Gores GJ, Shah VH. Pathogenesis, diagnosis, and treatment of alcoholic liver disease. Mayo Clin Proc 76(10):1021-9 (2001 Oct).
  2. Smith KE, Fenske NA. Cutaneous manifestations of alcohol abuse. J Am Acad Dermatol 43(1 Pt 1):1-16 (2000 Jul).
  3. Higgins EM, du Vivier AW. Cutaneous disease and alcohol misuse. Br Med Bull 50(1):85-98 (1994 Jan).
  4. Higgins EM, du Vivier AW. Alcohol and the skin. Alcohol Alcohol 27(6):595-602 (1992 Nov).
  5. Chou SP, Grant BF, Dawson DA. Medical consequences of alcohol consumption–United States, 1992. Alcohol Clin Exp Res 20(8):1423-9 (1996 Nov).
  6. McColl KE, Moore MR, Thompson GG, et al. Abnormal haem biosynthesis in chronic alcoholics. Eur J Clin Invest 11(6):461-8 (1981 Dec).
  7. Farkas A, Kemeny L, Szell M, et al. Ethanol and acetone stimulate the proliferation of HaCaT keratinocytes: the possible role of alcohol in exacerbating psoriasis. Arch Dermatol Res 295(2):56-62 (2003 Jun).
  8. Liu SW, Lien MH, Fenske NA. The effects of alcohol and drug abuse on the skin. Clin Dermatol 28(4):391-9 (2010 Jul-Aug).
  9. Shelling ML, Kirsner RS. Failure to counsel patients with psoriasis to decrease alcohol consumption (and smoking). Arch Dermatol 146(12):1370 (2010 Dec).
  10. Higgins E. Alcohol, smoking and psoriasis. Clin Exp Dermatol 25(2):107-10 (2000 Mar).
  11. Poikolainen K, Reunala T, Karvonen J, et al. Alcohol intake: a risk factor for psoriasis in young and middle aged men? BMJ 300(6727):780-3 (1990 Mar 24).
  12. Qureshi AA, Dominguez PL, Choi HK, et al. Alcohol intake and risk of incident psoriasis in US women: a prospective study. Arch Dermatol 146(12):1364-9 (2010 Dec).
  13. Gupta MA, Schork NJ, Gupta AK, et al. Alcohol intake and treatment responsiveness of psoriasis: a prospective study. J Am Acad Dermatol 28(5 Pt 1):730-2 (1993 May).
  14. Higgins EA, du Vivier AWP. Alcohol abuse and treatment resistance in skin disease. J Am Acad Dermatol 30(6):1048 (1994 Jun).
  15. Ockenfels HM, Keim-Maas C, Funk R, et al. Ethanol enhances the IFN-gamma, TGF-alpha and IL-6 secretion in psoriatic co-cultures. Br J Dermatol 135(5):746-51 (1996 Nov).

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I benefici dell’Olio di Oliva e della Dieta Mediterranea

La dieta mediterranea ha un elevato consumo di pane, frutta, verdura, erbe aromatiche, cereali, olio di oliva, pesce e vino (in quantità moderate) ed è basata su un paradosso (almeno per il punto di vista del nutrizionismo tradizionale): i popoli che vivono nelle nazioni del Mediterraneo consumano quantità relativamente elevate di grassi ma, nonostante ciò, hanno minori tassi di malattie cardiovascolari rispetto alla popolazione statunitense, nella cui alimentazione sono presenti livelli simili di grassi animali. La spiegazione è che la gran quantità di olio d’oliva usata nella cucina mediterranea controbilancia almeno in parte i grassi animali.
L’olio di oliva sembra infatti abbassare i livelli di colesterolo nel sangue; si pensa inoltre che il consumo moderato di alcool durante i pasti, sia un altro fattore protettivo, forse per gli antiossidanti contenuti nelle bevande alcoliche. Secondo lo studio, la dieta mediterranea diminuisce il tasso di mortalità della coronaropatia (malattia coronarica) del 50%. Inoltre la dieta mediterranea spiega che sarebbe meglio bere minimo 6 bicchieri d’acqua al giorno.

Cereali

Un posto privilegiato nella dieta mediterranea è occupato dai cereali integrali, e suoi derivati. Contrariamente a quanto il senso comune potrebbe indurre a pensare, questa classe non è e non deve essere rappresentata solo dagli alimenti pane, pasta e al massimo riso, ma è ottima cosa variare, coinvolgendo altri cereali spesso, purtroppo, poco considerati: mais, orzo, farro, avena…

Legumi

Spesso denominati “la carne dei poveri”, per le caratteristiche che ci apprestiamo a leggere. I legumi sono ingiustamente esclusi molte volte, o comunque altamente sottovalutati. La loro funzione è duplice, giacché la loro composizione vede una discreta presenza di carboidrati a lento assorbimento (basso indice glicemico), ma soprattutto, se comparata con altri cibi vegetali, una corposa presenza di proteine. Una dieta equilibrata che comprenda l’associazione di cereali e legumi è completa dal punto di vista proteico, in quanto fornisce all’organismo tutto lo spettro amminoacidico necessario.
I legumi hanno anche il merito di apportare discrete quantità di sali minerali, alcune vitamine e fibra alimentare. Le leguminose più diffuse sulle nostre tavole sono le lenticchie, i ceci, i fagioli nella loro varietà (borlotti, cannellini, di Spagna etc.), le fave, i piselli e i lupini. questi ultimi sono molto importanti per la dieta mediterranea

Frutta fresca e verdura

È ormai consolidata l’opinione circa la quale è opportuno consumare quotidianamente la cifra ideale di 5 porzioni di frutta e verdura. Indubbi sono i vantaggi: questi alimenti generano un senso di sazietà a fronte di un ridotto potere calorico. Da sottolineare anche l’ingente quantità d’acqua che questi alimenti contengono, molto spesso superiore al 90% (nella frutta), caratteristica che dovrebbe tendere ad aumentare il consumo di questi cibi a maggior ragione nelle calde giornate estive mediterranee, per integrare adeguatamente i liquidi perduti.
Molti frutti forniscono un imprescindibile e insostituibile contributo di vitamina C e acido ascorbico, una vitamina idrosolubile fondamentale per molteplici funzioni.
Si raccomanda di consumare preferibilmente frutta di stagione.

Carne e pesce

Generalmente la dieta mediterranea tende a consigliare un consumo di pesce più largo rispetto a quello della carne. Il pesce, d’altra parte, non ha potuto restare escluso dalle tavole mediterranee, proprio per la presenza dell’ambiente marino che ha plasmato e determinato la storia dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo.
Gode principalmente di ottime quantità proteiche, di acidi grassi essenziali e alcuni sali minerali. Quanto alla carne, si tende a preferire quella bianca (pollo, tacchino, coniglio) a quella rossa. Ricca in proteine, vitamine e sali minerali, la componente lipidica (grassi) dipende fortemente dall’animale di provenienza e anche dalla parte dell’animale.

Frutta secca

Da non sottovalutare i vantaggi del consumo quotidiano di frutta secca. A differenza di quella fresca, la frutta secca contiene poca acqua, una quantità non molto alta di proteine la cui composizione in amminoacidi si avvicina a quella delle proteine dei cereali, pochi zuccheri e una cospicua parte di grassi. Proprio quest’ultima caratteristica determina l’alto potere calorico di questi alimenti, da consumare perciò possibilmente di frequente ma in quantità moderate..

Uova e latticini

Questi alimenti sono famosi per l’apporto di proteine in quantità, e per le qualità. Stando alle scale del valore biologico delle proteine dei singoli alimenti, l’uovo ha una posizione privilegiata, seconda soltanto al siero del latte. È doveroso differenziare le due componenti dell’uovo: il tuorlo (contenente grassi e colesterolo, ma anche vitamine e sali minerali) e l’albume (contenente proteine). Il latte è fonte di sali minerali, di vitamine e di proteine.

Caratteristiche

Acidi monoinsaturi

Gli acidi grassi monoinsaturi sono contenuti in elevata quantità nell’olio extravergine di oliva e nei pesci (i grassi di animali terrestri sono invece costituiti in massima parte da grassi saturi, nocivi alle arterie); assunti nelle dovute quantità, diminuiscono i livelli di LDL (il cosiddetto “colesterolo cattivo”) mentre aumentano o lasciano invariato il livello di HDL (cosiddetto colesterolo buono). La pericolosità delle LDL risiede nella loro capacità di innescare, se ossidate dai radicali liberi, un meccanismo che conduce alla progressiva occlusione delle coronarie e al conseguente infarto.

Antiossidanti

Gli antiossidanti, largamente diffusi in tutto il mondo vegetale, sono sostanze prodotte dalle piante a difesa delle loro stesse strutture; si oppongono alle ossidazioni prodotte dai “radicali liberi”, un sottoprodotto delle reazioni chimiche che avvengono nell’organismo.

Gli antiossidanti più noti sono l’idrossitirosolo e l’oleuropeina contenuti nell’olio d’oliva e appartenenti alla classe dei fenoli; il resveratrolo e la quercitina contenuti nel vino rosso (appartenenti alla classe dei flavonoidi), le vitamine E, C e A.

Le fibre

Le fibre producono nel nostro organismo effetti molto interessanti: stimolano la secrezione della saliva, dei succhi gastrici e danno una sensazione di sazietà; normalizzano le funzioni intestinali; abbassano i livelli di colesterolo nel sangue; accelerano il transito intestinale.

I dolci

I Dolci sono poco presenti nella dieta mediterranea ma essa essendo una dieta variata ne consente l’utilizzo 1 volta alla settimana

I benefici

Secondo degli studi la dieta mediterranea ha effetti protettivi sul cervello, contribuendo a prevenire il declino cognitivo; essa è molto importante per i suoi effetti benefici sulla salute. Dopo essersi rivelata protettiva nei confronti di malattie cardiovascolari, tumori e probabilmente di allergie e asma, lo studio ne segnala i potenziali effetti protettivi sul cervello. È infatti emerso che chi segue questo tipo di regime alimentare ha meno possibilità di andare incontro a un modesto declino cognitivo, uno stadio tra il normale invecchiamento e la demenza. Non solo, la dieta mediterranea ridurrebbe le possibilità di sviluppare la malattia di Alzheimer in chi già mostra segnali di difficoltà cognitive. L’aderenza ad un modello di dieta mediterranea salutare si associa ad un significativo miglioramento della salute così come dimostrato nello studio (F. Sofi et al. Meta-analysis, BMJ september 2008), condotto su circa 1.500.000 di persone, con follow up variabile da 3 a 18 anni,ha dimostrato una riduzione pari al 13% sia per l’Alzheimer che per il Parkinson, al 6% della mortalità da cancro,al 9% per le malattie cardiovascolari ed ancora al 9% per la mortalità totale. Recentemente gli studi di De Lorenzo e collaboratori (Curr Pharm Des. 2010;16(7):814-24.), hanno messo in evidenza il possibile impatto positivo sulla salute della dieta mediterranea biologica (dieta italiana mediterranea di riferimento) rispetto a quella convenzionale, in termini di riduzione dello stato infiammatorio e della disfunzione endoteliale associata con l’obesità e le patologie renali. Sottolineano, inoltre, per la prima volta, che il consumo giornaliero di alimenti biologici nell’ambito della dieta mediterranea potrebbe essere collegato ad una riduzione di omocisteina, fosforo, colesterolo totale, microalbuminuria e ad un aumento della vitamina B12 nel sangue. Inoltre, la Dieta Mediterranea, articolata in un intervento sugli stili di vita più ampio in uno studio di follow-up clinico, ha migliorato la circolazione a livello di arterie renali nella ipertensione essenziale. Ciò si verifica attraverso la riduzione delle resistenze intrarenali, e non comporta una modifica dell’insulino-resistenza. Attraverso questo meccanismo vascolare la dieta mediterranea sembra in grado di modificare una componente importante della patofisiologia della ipertensione arteriosa e dell’arterosclerosi.

Da tutti questi fattori deriva una minore incidenza di patologie cardiovascolari, che risulta essere particolarmente importante per i pazienti con insufficienza renale cronica. Per tali ragioni è possibile affermare che la dieta mediterranea svolga un ruolo fondamentale nella longevità e nella qualità della vita.

Considerazioni

Da diversi anni è presente la tendenza ad abbandonare la dieta mediterranea tradizionale in favore di modelli alimentari diversi. Secondo le statistiche ISTAT, la Campania ha registrato nel 2001 una incidenza della malattia ben al di sopra della media nazionale. Al di sotto di questa media si collocano, invece, nello stesso anno, 9 regioni, di cui 6 appartenenti all’Italia centromeridionale (Sicilia, Basilicata, Toscana, Marche, Puglia, Abruzzo, Calabria, Molise) e 3 al Nord Italia (Piemonte, Liguria, Friuli Venezia Giulia). La presenza della Liguria tra le regioni con più bassa incidenza di infarto non è difficile da spiegare per via del tipo di alimentazione di questa regione, molto simile a quella delle regioni meridionali: alto consumo di pesce (soprattutto quello azzurro), uso prevalente dell’olio d’oliva come grasso da condimento, grande impiego in cucina del tradizionale pesto.

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